Giulio D’Anna: Riflessioni post Mining di Rodrigo Sobarzo

Basta una voce umana per ridurmi alla lacrime. Una voce che parla delle cose così come sono. Senza giri di parole.

 Puntando lo sguardo su qualcosa di semplice si può aprire un’esperienza universale e passare attraverso tutte le immagini del mondo, magari anche approdando a un’immagine di desiderio, impedimento e fragilità. E una volta toccato il fondo, distrutta anche la più piccola traccia di speranza, un ground zero esistenziale, allora si crea il terreno fertile per proporre un nuovo germoglio di rinascita, un invito all’azione, un semplice vettore che, come tratto di matita su carta, può puntare ad altro, a quell’ignoto che ha il sapore di “vogliovivereancora” una vera e propria cerimonia di psicomagia liberatoria e guaritrice.

Non c’è bisogno d’intrattenimento, né di una spiegazione quando si tocca il nervo scoperto delle cose. Non possiamo che eseguire un upgrade delle nostre percezioni di fronte alla forza della fragilità, quintessenza dell’esistenza umana.

Ci sono momenti in cui non mi domando più cosa sia il teatro, quale sia il mio ruolo come teatrante e quali possano essere le mie aspettative da spettatore. Ci sono momenti in cui le mie domande si sublimano e tutto diviene molto chiaro, lasciandomi pieno di un rinnovato senso di fiducia e di possibilità.

 Grazie Rodrigo per uno di questi momenti.

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